Nel post precedente (cliccate qui) abbiamo visto come si svolgono i pasti nella cella del monaco certosino; ora vediamo il rito nel refettorio. Perché di un rito si tratta, come leggerete: «Partecipando alla consumazione del pasto domenicale in certosa si ha l’impressione di prendere parte ad una liturgia». Anche noi laici ci possiamo lasciare ispirare da questa vita monastica: siamo capaci di rendere così speciale il pranzo della festa, nelle nostre famiglie? Non parlo del silenzio e della lettura spirituale, ma ci dovrebbe essere anche sulle nostre tavole questa attenzione al rito, la fraternità tra i commensali, il cibo un po’ speciale nel giorno di festa, la carità di aspettarsi l’un l’altro. Leggiamo quanto ci racconta il libro “Certosini a Serra san Bruno. Nel silenzio la comunione” (Fabio Tassone, ed. Certosa 2009).

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La tavola dei monaci: ho già dedicato dello spazio nel mio blog a questo argomento (leggi qui) che è affascinante e ricco di spunti, anche per la vita dei laici e soprattutto delle famiglie. Oggi andiamo a Serra san Bruno, la Certosa fondata da Bruno di Colonia nel lontano 1090. Ci andiamo in senso metaforico, anche perché nel convento vige ancora la più rigida clausura. Come prescrive la regola, la cella del monaco, una casetta a due piani tutta per lui, con un piccolo giardino (potete vedere come sono fatte nell’immagine qui accanto), è il centro della sua vita: in essa prega, lavora e consuma, in totale solitudine, i pasti. Vita impegnativa? Sicuramente, noi laici che siamo nel mondo facciamo fatica a comprendere, ma ci possono aiutare le parole di un monaco: «La cella è un oceano di libertà. E’ quel mare da cui si trae nutrimento e che ti trasporta verso la meta finaleContinua a leggere

Si inaugura domenica (24 settembre) alle 17 la mostra del fotografo Giovanni Nardini, L’anima del monaco. Vita nell’Eremo di Minucciano. La mostra, composta da 40 immagini, è organizzata dall’Opera del Duomo di Lucca nell’oratorio di San Giuseppe, in piazza Antelminelli a Lucca, a fianco del duomo di San Martino. Con questo ultimo reportage, frutto di diversi anni di incontri, Giovanni Nardini ci conduce in uno dei luoghi più suggestivi della Garfagnana: l’Eremo di Minucciano, l’ultimo eremo abitato da monaci eremiti che si ispirano alla regola benedettina dell’Ora et Labora.

(nella foto in alto: don Raffaele Busnelli, 44 anni, sacerdote diocesano, eremita solitario in alta Valvarrone, provincia di Lecco. In copertina: Antonella Lumini, eremita di città, vive a Firenze).

Donne e uomini, età media 50-55 anni: attualmente in Italia sono circa 200, religiosi e laici. 
Scelgono di dedicarsi totalmente a Dio nel silenzio e nella solitudine.
 Ma è bene non confonderli con chi abbandona tutto per vivere nelle terre selvagge. 
Gli eremiti sono davvero tali se hanno una regola di preghiera, un rapporto con la comunità locale e cristiana,
 un dialogo con la propria Chiesa diocesana.

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In Toscana, accanto a luoghi ormai celebri come La Verna, Camaldoli o Vallombrosa, vi sono tanti altri luoghi dello Spirito, meno conosciti, ma dove comunque natura e spiritualità si fondono insieme. Ne abbiamo scelti alcuni come proposta di un itinerario estivo tra fede e natura: Mosciano (nella foto), vicino a Firenze, Le Stinche, nel Chianti, Casa San Sergio (Palaia), Calomini (Lucca) e la Burraia di Montepiano (Prato).Continua a leggere

 

 

Quando, oltre quaranta anni fa, cantava vestito da frate, «Racconta fratello qual è il tuo peccato», non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi un giorno in abito monastico. Erano gli anni ’70 e in Italia, proveniente dall’Inghilterra, era arrivato un nuovo modo di fare rock, sperimentale e raffinato: il progressive. Lunghe suite musicali si sposavano a testi immaginifici dai riferimenti letterari, storici e anche religiosi.

Moltissime band hanno brillato con un solo 33 giri all’attivo ma nonostante questo alcune di esse sono entrate di diritto nell’Olimpo del rock italiano per la bellezza dei lavori prodotti. Uno di questi gruppi è «Il Biglietto per l’inferno», prog band di Lecco che nel 1973 incide un disco dal titolo omonimo, dedicato alle ansie e alle paure di chi ruba e uccide per una giusta causa. Nella canzone più bella e famosa dell’album, «Confessione», un uomo angosciato chiede a frate Isaia l’assoluzione per aver procurato male a fin di bene. Il confessore scuote la testa e secco risponde: «Cosa dici fratello tu hai ammazzato, nel quinto ricorda ti è stato proibito, non posso salvarti dal fuoco eterno, hai solo un biglietto per l’inferno!».

Oggi il cantante del Biglietto, Claudio Canali, che ai tempi saliva sul palco proprio vestito da frate, l’abito lo indossa davvero e con rispetto. È diventato eremita presso il convento di Minucciano nel cuore della Garfagnana.

Quella di Canali è la storia di chi, figlio della generazione del ’68, ha cercato per molti anni la sua strada, finendo per trovarla nella vocazione religiosa. Prima cantante rock, poi cantautore, Canali cerca se stesso in India e tornato in Italia entra a far parte degli Hare Krishna. «Alla fine degli anni ’70, dopo la stagione rock, non riuscivo a venire a capo della mia vita», racconta quello che ora si fa chiamare semplicemente fra’ Claudio.

Minucciano, piccolo comune garfagnino racchiuso tra le valli del Serchio e del Magra, è un luogo affascinante immerso nei boschi e l’eremo della Beata Vergine del Soccorso, è l’ambiente adatto per un romitorio. Qui vi abitano quattro monaci dalle lunghe barbe, eremiti benedettini con la spiritualità camaldolese. Dal 1999, anno della professione solenne, fra’ Claudio da Lecco, anzi da Valmadrera, come tiene a sottolineare, è uno di loro. L’affascinante vicenda del cantante del Biglietto riguarda senza dubbio la sua scelta vocazionale ma la particolarità della storia risiede nei testi delle canzoni, scritte proprio da Canali. «Ansia», «Confessione» e «L’amico suicida» sono i brani che raccontano il viaggio interiore di chi sta cercando, dopo tanto male, una via di redenzione. «In qualche modo – racconta il frate – quella del disco è la mia storia, quella di un uomo in cerca di Dio». Nei primi anni ’70 Claudio e il suo gruppo vivono l’entusiasmante stagione dei festival pop in stile Woodstock. «Erano anni belli e tremendi allo stesso tempo – ammette Canali – cercavamo la libertà. Ma ben presto mi resi conto che se uno fa quello che vuole non è libero ma schiavo delle sue passioni».

Nella metà degli anni Settanta e con solo un disco pubblicato il Biglietto si scioglie. Gli anni passano e con essi anche le inquietudini di Claudio. Il mito del misticismo orientale è molto forte e alcuni dei più noti musicisti del prog italiano, Paolo Tofani degli Area e Claudio Rocchi, abbracciano questa fede. Canali si rasa la testa, mette l’abito arancione e diventa uno di loro. «Ma Gesù non l’ho mai abbandonato – dice il frate – molte volte sono andato a messa vestito da Hare Krishna». Uno dei centri Hare Krishna più importanti d’Italia si trova a Firenze e lì per alcuni anni risiede anche Canali. Casualmente viene a sapere che in Garfagnana abita un certo fra’ Mario Rusconi, suo compaesano che ha scelto di fare l’eremita. Canali parte per Minucciano e arriva in tunica arancione a Minucciano. Era inverno e c’era la neve, i frati presenti si stupiscono nel vedere un monaco induista. L’uomo chiede di fra’ Mario e di essere confessato. Inizialmente il frate, anche oggi superiore della comunità, è scettico non sa come porsi di fronte alla richiesta. Poi lo spirito di accoglienza prevale. «Gli dissi che come lui venivo da Valmadrera e che mi sarebbe piaciuto rimanere con loro». Fra’ Mario chiede a Claudio di uscire dalla «setta», di tornare a casa e di rimanervi per almeno due anni e solo a quel punto ne avrebbero riparlato. «Feci come mi disse, riabbracciai mia madre, mi trovai un lavoro e andai a messa tutti i giorni».

Al termine di questo periodo richiesto Claudio torna in Garfagnana. Era il 1990, inizia così il cammino per diventare frate. Per nove anni Claudio Canali vive con la comunità, studia e si prepara e nel 1999 emette la professione solenne nelle mani dell’allora vescovo di Lucca Tommasi.

Inizia così una seconda vita ma la fama del Biglietto è forte e lo segue fino all’eremo. A fine anni Novanta il prog risveglia l’interesse di nuovi e vecchi appassionati, i dischi in vinile vengono ristampati in formato cd e molti si accorgono della bellezza di alcuni 33 giri dell’epoca. Tra questi c’è anche l’album del gruppo di Claudio e la notizia che frate Isaia abbia preso i voti comincia a fare il giro d’Italia. «Amici musicisti come Franz Di Cioccio della Pfm e Toni Pagliuca delle Orme mi mandarono i loro saluti e tanti sono i fan che vengono a trovarmi». In alcuni periodi una vera e propria processione di curiosi si addentra nel cuore della Garfagnana per conoscere il cantante del Biglietto. «Qui arrivano anche molti giovani – conclude fra’ Claudio – che vogliono farmi ascoltare le loro canzoni per avere consigli. Per me è il Signore che li chiama. Loro mi parlano di musica e io di Dio. Purtroppo alcuni non capiscono, altri invece si sono aperti al “messaggio” e hanno iniziato addirittura un cammino di fede». Il frate si liscia la barba e sorride, come se tutto facesse parte di un disegno, come se 37 anni fa, attraverso le sue canzoni, avesse scritto e lanciato un messaggio in bottiglia destinato ad essere ripescato dai giovani di oggi.

Nel cuore della Garfagnana

Scendendo dall’abitato di Minucciano, sul versante che guarda la Lunigiana, fra due colli chiamati «Calvario» e «Riolo», si arriva all’eremo della Beata Vergine del Soccorso. Siamo nel cuore della Garfagnana sotto lo sguardo del monte Pisanino, la vetta più alta delle Alpi Apuane. Il luogo, immerso tra boschi di quercia, carpini e castagni, è lo scenario ideale per la vita, riservata e ascetica dei frati eremiti. Nel corso dei secoli, vista la sua particolare conformazione, tutta la Garfagnana è stata abitata da eremiti «irregolari», cioè non appartenenti a ordini religiosi propriamente detti. Tra questi ricordiamo San Pellegrino, il Beato Viviano da Campocatino e San Doroteo da Cardoso, che hanno legato il loro nome alle solitarie e nascoste valli apuane.

La zona dell’eremo è dedicata alla Madonna del Soccorso dal XV secolo, quando fu edificata una edicola in suo onore. Poi, per permettere a pellegrini e viandanti di partecipare alla celebrazione della messa, fu costruito un oratorio. Nel 1555 il vescovo di Luni eresse una confraternita dedicata alla Beata Vergine del Soccorso, tutt’oggi esistente. In seguito alla custodia dell’oratorio si affiancarono gli eremiti che non lasciarono più il luogo fino ai giorni nostri.

Oggi sono quattro i frati eremiti, benedettini dalla spiritualità camaldolese, che vivono nell’eremo di Minucciano secondo le regole degli antichi «romiti». Da quasi trent’anni il superiore è fra’ Mario Rusconi, originario della Valmadrera, colui che ha accolto nella comunità l’ultimo arrivato, il compaesano Claudio Canali, l’ex cantante del gruppo rock-prog «Biglietto per l’inferno».

L’arrivo di fra’ Mario ha coinciso con una grande opera di ristrutturazione dell’intero complesso, chiesa e romitorio. La comunità fa anche accoglienza nella piccola foresteria. «L’ospite, per la regola benedettina, è Cristo stesso», dicono i frati.

 

Al mare, in montagna o… nel monastero? Si avvicina l’estate e per molte persone si avvicina anche il desiderio di un periodo di riposo lontani dallo stress del lavoro, del traffico, dai cellulari, dalle preoccupazioni che ogni giorno ci assillano. Una vacanza che serva anche a ritrovare dentro di sé quella pace che tanto desideriamo. Un tempo di silenzio, di meditazione: da soli, con la famiglia o in gruppo.Continua a leggere