Eremi ed eremiti dei nostri giorni

 

In Toscana, accanto a luoghi ormai celebri come La Verna, Camaldoli o Vallombrosa, vi sono tanti altri luoghi dello Spirito, meno conosciti, ma dove comunque natura e spiritualità si fondono insieme. Ne abbiamo scelti alcuni come proposta di un itinerario estivo tra fede e natura: Mosciano (nella foto), vicino a Firenze, Le Stinche, nel Chianti, Casa San Sergio (Palaia), Calomini (Lucca) e la Burraia di Montepiano (Prato).

L’opera dei monaci a favore del creato
La ricerca del locus amenus ha sempre, sin dall’inizio, caratterizzato l’espansione del monachesimo, che, in Europa, ad esempio, sulle orme austere di San Colombano (VI-VII sec.d.C.) ha individuato siti di particolare bellezza tali da poter riflettere la Bellezza attribuita a Dio, creando così una vera palestra celestis, dove l’esperienza ultraterrena potesse realizzarsi sulla Terra. Il coevo monachesimo benedettino (VI sec. d.C.) è stato portatore di un umanesimo attento alla realtà e per questo alla Natura ed alla natura dell’Uomo. Se il monachesimo medio-orientale trovava nell’aridità del deserto il rigore e l’isolamento necessari a poter entrare in rapporto con Dio, quello europeo trovava nelle foreste medievali un’analoga risposta ad una profonda esigenza di silenzio interiore. Col cristianesimo il mondo naturale, selvaggio, sconosciuto, misterioso, usciva fuori dalle dimaniche pagane della paura per poter essere portato alla luce. Attraverso l’utilizzazione forestale, l’organizzazione dei tagli e dei diradamenti, la creazione della viabilità nei luoghi meno accessibili, la regimazione dei corsi d’acqua, la messa a coltura degli incolti, la bonifica delle terre umide, una Natura non benigna venne addomestica e resa utile all’Uomo.

In Toscana esempi di questa cura del Creato gli abbiamo ereditati, emblematicamente, dall’opera dei benedettini Camaldolesi e Vallombrosani, che poi, in epoca moderna, vanteranno celebri figure di scienziati forestali, botanici, ecologi, agronomi, ingegneri idraulici. Il Cametti, il Ducci, il Falugi, il Fornaini, il Tozzi, il Vitman ecc., sono alcuni di quei monaci-tecnici del XVIII-XIX sec., a noi noti, di cui la selvicoltura, oggi, come scienza applicata, è debitrice. Fu merito del Fornaini (1755-1838), ad esempio, se furono abolite le pratiche tradizionali del debbio e della semina della segale nelle abetine a rinnovazione artificiale oppure la sostituzione delle fallanze nelle nuove piantagioni, così come l’idea del bosco in funzione anti-erosiva e di difesa delle colture agrarie come fascia frangivento.

La gestione del patrimonio forestale concepito come unità socio-economica delle popolazioni rurali residenti si deve alla lenta opera di conservazione, che oggi si definirebbe naturalistica, portata avanti da questi monaci, contro un approccio razionalistico ed economicistico, prima napoleonico e più tardi sabaudo, rispetto al quale, ancora oggi, l’amministrazione pubblica non è del tutto immune.

Questa cura per la Natura, che facilmente si coglie in ogni luogo monastico, parte innanzitutto da una particolare attenzione per l’Uomo, da una visione di Uomo, prima che da una visione di Natura. C’è una prospettiva inbubbiamente teologica guardando al binomio Uomo-Natura, che però non elimina nulla delle esigenze di vita del primo nè elude nulla delle leggi ecologiche che governano l’ambiente. Anzi, l’amore per l’Uomo suscita un interesse scientifico per la realtà naturale e l’opera dei monaci stanno a dimostracelo.

Lorenzo Orioli

MOSCIANO
SILENZIO E NATURA: le due strade
che portano a Dio e al cuore dell’uomo

di Sara Melchiori

Ad osservare la segnaletica c’è da pensare che sia un grosso centro abitato. Soprattutto per chi proviene da fuori regione e non è abituato al rilievo dato a piccoli, se non minuscoli, borghi toscani che racchiudono in sé una storia e molte sorprese. A Scandicci ritorna spesso infatti l’indicazione per Mosciano. Ma se si prosegue la provinciale che da Vingone porta a Montelupo si capisce presto che Mosciano non è propriamente un paese: è un ambiente, un’aria che si respira, ma soprattutto lo scrigno che custodisce un prezioso gioiello. Una lunga via chiusa quasi ad anello ne porta il nome; un gruppuscolo di case circonda un’antica chiesa affacciata su una piazzetta chiusa alla vista dal muro di sostegno di una strada; un ampio giro di colline ne è compreso nel territorio. Un borgo semplice senza servizi, evitato persino dagli sporadici passaggi del bus che da Scandicci sale verso le colline.

Ed è proprio in quella piazzetta fuori via che si trova il cuore nascosto di Mosciano: l’eremo di Santa Maria degli Angeli. L’antica chiesa infatti è la pieve di Sant’Andrea, fino a una decina d’anni fa titolare di parrocchia. Stupendo esempio di architettura romanica, la chiesa risale al X secolo e conserva ancora la struttura simbolica originaria: la cripta (luogo delle tenebre e della potenza della luce che squarcia il buio con la sua monofora rivolta al primo sole del solstizio d’inverno), l’aula a navata unica (luogo della vita terrena), il presbiterio rialzato (il cielo), le monofore studiate appositamente per far sempre prevalere la luce sulle tenebre a seconda dei periodi dell’anno. Essenziale l’arredo liturgico che ne esalta le caratteristiche e richiama al raccoglimento e al silenzio; pochi ma significativi gli affreschi rimasti che un tempo ne decoravano la parete sinistra. Pregiato il soffitto dipinto e ancor di più il crocifisso ligneo di fine trecento che troneggia sul presbiterio e la grande tavola della Madonna con il bambino della scuola di Cimabue.

Sul lato destro un’apertura si apre su un piccolo chiostro collegato a un vecchio monastero, ora luogo di vita, lavoro e studio per un eremita: don Paolo Giannoni, sacerdote diocesano fiorentino, noto teologo, e oblato camaldolese che da dieci anni vive in questo ambiente appartato seguendo la regola benedettina dell’ora et labora nel carisma eremitico di san Romualdo.

Che si entri nella chiesa o nel chiostro di Mosciano si percepisce subito un’atmosfera diversa: il silenzio abita questi luoghi e ne esalta le caratteristiche. I rumori e il correre quotidiano d’improvviso spariscono lasciando spazio al canto delle rondini in primavera e del pettirosso d’inverno, al ronfare del barbagianni che abita il campanile, al grido della civetta che ne sorvola i tetti. Silenzio e natura: due strade che portano a Dio e al cuore dell’uomo.

È questo il segreto di Mosciano: una pace che si percepisce e che pian piano invade chi vi entra. L’eremo infatti ha una regola non scritta: bussa e ti sarà aperto. Accoglienza, carità e povertà sono una priorità di vita per l’eremita. Alla sua porta si accostano poveri, stranieri, turisti, viandanti, amici, persone che cercano una parola, un confronto, il silenzio dell’ascolto. Poche presenze in una vita di solitudine scelta per la preghiera e il raccoglimento. Persone alla ricerca – non sempre e non solo in difficoltà – uomini e donne che sentono la necessità di quell’hesychia – la pace del cuore – che la preghiera dona. Il monaco – il solo davanti al Solo – vive questa condizione perenne nella liturgia delle ore, nello studio e nella strada della conversione continua, divenendone il tramite.

Lo stile eremitico, austero e semplice, può sconcertare, disorientare, interrogare e anche allontanare. Ma sicuramente non lascia indifferenti. Così è all’eremo di Santa Maria degli Angeli: tutto ruota attorno alla preghiera, in una regolarità quotidiana, che va dalle prime luci dell’alba con l’ufficio delle letture e la lectio personale, alle lodi, ora media, vespri fino a compieta sul far della sera, in un ritmo che si ripete costante tutti i giorni. E per chi lo desidera c’è la possibilità di partecipare al canto delle lodi e dei vespri e, il giovedì pomeriggio, all’adorazione eucaristica seguita dalla lectio comunitaria. Mentre il sabato sera, dopo i vespri, si può vivere la celebrazione vigiliare che introduce alla domenica: una modalità camaldolese per accentuare il significato della Pasqua settimanale.

Ogni domenica poi, la celebrazione eucaristica delle ore 11 vede giungere a Mosciano numerose persone da varie parti di Firenze e non solo. Una piccola grande famiglia che si ritrova settimanalmente per celebrare insieme l’eucaristia, mentre numerose altre persone in tutta Italia partecipano al cammino di formazione grazie all’invio settimanale della lectio sulle letture della domenica attraverso la posta elettronica.
Ogni terza domenica del mese inoltre si può partecipare a una mattinata di preghiera, riflessione e liturgia aperta a tutti. Mentre per i sacerdoti è proposto un momento di incontro, preghiera e confronto il primo giovedì del mese.

Momenti particolarmente significativi sono l’avvento e la quaresima: per tutte le settimane di avvicinamento al Natale e alla Pasqua l’eremo di Mosciano propone dei percorsi di preghiera e di meditazione da fare in famiglia, opere di carità, lectio comunitarie specifiche.

In alcuni casi l’eremo si apre all’ospitalità per gruppi di scout autogestiti, o per gruppi di amici di Mosciano che condividono alcuni tempi forti dell’anno, ma anche per singoli che desiderano vivere la pace della preghiera o approfondire e partecipare all’esperienza monastica.

Il tutto in un clima di semplicità e di provvidenza.

Per informazioni 055-768961 (ore 19.30-20), email: eremodimosciano@libero.it

LE STINCHE
Una piccola chiesa, il rustico e l’orto…

di Massimo Orlandi

«Dimmi quello che vuoi e io te lo darò» chiede il Signore a Re Salomone. «Signore dammi un cuore intelligente». Panzano, Chianti fiorentino. La geometria dei filari è più in basso. Qui la natura si ripara, cerca intimità. Anche la strada dimentica l’asfalto, si acciottola, si stringe. L’eremo delle Stinche le nasce quasi accanto, spontaneamente, come un fiore non colto. Una piccola chiesa, il rustico, l’orto, l’abbraccio del bosco, gli ulivi. Poche cose che se stringi le tieni in una mano. Ma è in questa essenzialità che si può provare a cercare il mistero profondo della vita. Questo almeno pensava un frate che alla domanda di Dio, avrebbe risposto come Salomone: padre Giovanni Vannucci.

«Una sosta di pace per ogni viandante»
«In questo piccolo spazio vorrei che ogni uomo si sentisse a casa sua e, libero da costrizioni, potesse raggiungere la conoscenza di se stesso e incamminarsi nella sua strada forte e fiducioso. Vorrei che fosse una sosta di pace, di riflessione per ogni viandante che vi giunge, un posto dove l’ideale diventa realtà e dove la gioia è il frutto spontaneo».

1967. Il sogno comunitario di Padre Giovanni è figlio di poche parole e di nessuna regola. Per realizzarlo basta un rustico diroccato: «Il seme – scrive ancora – è gettato, ora è tutto nelle nostre fragili mani e in quelle più sicure di Dio».

Padre Giovanni accompagnerà il cammino della sua Fraternità fino al 1984. Oggi quel sogno è nelle mani di altri tre frati dell’Ordine dei Servi di Maria, Lorenzo, Eliseo e Giancarlo. Ma Vannucci è sempre con loro, e non è difficile immaginarlo ancora, come lo descrive David Turoldo «con quella faccia mesta e serena insieme, con la voce sempre trattenuta, velata quasi avesse paura a parlare, paura di disturbare il silenzio, il mistero». Non è difficile vederlo, gli occhiali calati a leggere l’ennesimo libro (la biblioteca dell’eremo conta dodicimila volumi), o in cucina, tra le sue zuppe innaffiate di buon vino, o immerso in preghiera. «Per lui – ricorda padre Lorenzo Bonomi, che ha accompagnato il cammino delle Stinche sin dai suoi inizi – ogni momento della vita conteneva qualcosa di sacro, era un occasione di comunione con il visibile e l’Invisibile, e quindi ogni azione doveva essere fatta con amore e con rispetto, mai in maniera banale».

«Dio è avvolto nel silenzio»
Ascolto. È questa la parola chiave per entrare nel mondo semplice delle Stinche. Ascolto dell’uomo, «per cercare la Parola di Dio esistente in ogni essere», ascolto della natura, per percepire i ritmi dell’universo, ascolto del silenzio, perché «Dio è avvolto nel silenzio». Ascolto profondo e ininterrotto: «Quello che mi colpiva di Padre Giovanni – ricorda Lorenzo – era il bisogno costante di approfondire, di non fermarsi. Non accettava mai di adagiarsi, si ribellava di fronte a ciò che trovava apatico, senz’anima. «La realtà della vita del chicco di grano è il domani, è la spiga – diceva – così la nostra realtà di uomini non è l’oggi, è il domani. Se abbiamo fede siamo aperti verso la sconfinata realtà del domani».

Ascolto. Ma anche ricerca, costante e paziente dei segni lasciato dallo Spirito. Per padre Giovanni la ricerca spirituale consisteva nel tenere insieme unire il cuore e la conoscenza, la passione e la ragione, era nel creare quello che Dante chiama «l’intelletto d’amore». Una religiosità basata solo sull’emotività, sul sentimento, sosteneva, è povera e può portare a forme religiose entusiastiche e anche fanatiche. D’altra parte una spiritualità solo razionale può condurci a una idea di Dio troppo rigida, e quindi arida. Ecco perché, per lui, il più grande dono di Dio è quello che chiede Re Salomone: un cuore intelligente.

La preghiera universale
Pellegrino dell’assoluto, così si definiva, Vannucci aveva a fondamento di tutto il suo cammino la figura di Gesù, e la Bibbia, ma teneva sempre aperto il suo orizzonte all’incontro con tutte le tradizioni religiose (parlava di «mutua impollinazione» fra Occidente e Oriente). Non a caso dall’esperienza delle Stinche nascerà il Libro della preghiera universale, nel quale per la prima volta, l’intero mondo religioso si ritrova: alle parole della Bibbia corrispondono quelle del Corano, ai Veda la Cabbalah, e così i versi di Rumi incontrano quelli di San Francesco, Lutero abbraccia Sri Aurobindo, Gioacchino da Fiore Milarepa.

Quest’anno la Comunità delle Stinche festeggia i suoi 40 anni di vita. È un’occasione in più per decidere di partecipare al banchetto di semplicità offerto dall’eremo.

L’incontro con i frati, la visita alla casa, l’ascolto della natura sono un ottimo modo per uscire dal «diluvio della parole» che ci travolgono e imbarcarsi in quest’arca di silenzio e di pace dove è ancora possibile ascoltare la preghiera di un monaco: «Venga, o Signore la tua chiesa! Sia più bella di tutti i sogni, più bella di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per costruirla. Sia il tuo corpo e tu la sua vita».

CALOMINI
Il santuario nella roccia
Un santuario nella roccia. Famoso da secoli, vi si venera un’antichissima immagine della Madonna. Questo è l’Eremo di Calomini, situato a ridosso di uno strapiombo roccioso nel territorio del Comune di Vergemoli. È uno dei più noti e frequentati luoghi di culto della Valle del Serchio. Secondo un’antichissima tradizione, nei luoghi dell’Eremo, dove tutt’oggi scaturisce dalle rocce uno zampillo d’acqua purissima, l’immagine della Madonna che si venera nel santuario si rivelò ad una pastorella del luogo. Dal prodigio alla venerazione il passo è breve e subito si costituì una comunità di eremiti, intorno a quell’immagine che veniva chiamata Madonna ad Martyres, poi Madonna dell’eremita, poi anche solo Eremita. Di una primitiva piccola chiesa nella roccia (che conservava l’immagine della Madonna) se ne parla in documenti dell’XI secolo. Oggi solo il presbiterio, le celle cenobiali e la sagrestia conservano la singolarità di essere nella roccia viva lasciata a vista. Dal secolo XVI in poi la fama di questo Eremo varcò i confini locali e crebbe talmente che vescovi e cardinali venivano a rendere onore all’immagine della Madonna, mentre il popolo, tra il 1631 e il 1690, faceva il possibile per ampliare e rendere più maestosa l’antica chiesa. Ai primi del Settecento, come risulta dall’archivio del santuario, venne compiuto il duplice colonnato, fu allargata la grotta per accogliervi degnamente la sagrestia, sistemato il pavimento della chiesa e portato a compimento ogni dettaglio che contribuisse a rendere degno di ammirazione quel luogo di preghiera. Gli eremiti ebbero cura del santuario fino al 1868, anno in cui i parroci dei paesi confinanti, quali tradizionali amministratori, decisero di assumere direttamente l’incarico di promuovere il culto di Maria Santissima in quell’Eremo.

Dopo esservi stati in continuità per oltre cinque secoli, così terminava la storia degli eremiti di Calomini. Con decreto del Vescovo di Massa-Carrara del 1914 (in quel tempo Vergemoli e tutta la Garfagnana erano sotto il vescovo di Massa) la custodia del santuario venne affidata ai P.P. Cappuccini di Lucca i quali hanno provveduto per quasi un secolo alle necessità del luogo e a quelle dei numerosi pellegrini che affollano il santuario soprattutto per le ricorrenze mariane.

Ma oggi sono in arrivo alcune novità nella ristrutturazione dell’antico edificio che sta per essere ultimata, proprio per favorire sempre di più tutta l’area dell’Eremo rispondente alla sua antica vocazione che è quella di un luogo di alta spiritualità dove una comunità di religiosi è a disposizione a tempo pieno per la preghiera, il consiglio, le confessioni, il conforto spirituale, e per una accoglienza che privilegi il tempo dello spirito e l’esercizio della vita interiore. Una riqualificazione quindi, che può essere letta anche come un ritorno alle origini, cioè all’esperienza spirituale degli eremiti che per cinque secoli vissero nell’Eremo di Calomini.

CASA SAN SERGIO
Palaia, l’eremo di Don Barsotti
Nella mente di don Divo Barsotti, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, è sempre stata presente la possibilità di avere un luogo di assoluta solitudine, di ritiro, di deserto. I grandi monaci russi, a iniziare da San Sergio di Radonez (a cui tra l’altro è intitolata la Casa madre della Comunità a Settignano, sulla colline di Firenze), si inoltravano nelle foreste e costruivano rudimentali eremi in legno dove vivevano in assoluta povertà, in silenzio e in continua preghiera. Anche la Comunità dei Figli di Dio ha il suo eremo, che si trova nei pressi di Palaia (paese natale di don Barsotti), nascosto negli scabri e verdi colli toscani, nel triangolo compreso tra Pisa, Siena e Volterra, in diocesi di San Miniato.

Era un tempo una vecchia fornace dove si fabbricavano e cuocevano mattoni, già da diversi anni abbandonata a se stessa e in rovina. Fu data in donazione a don Divo Barsotti, con la precisa condizione però che quel posto dovesse divenire luogo di preghiera. E fu così che, verso il 1960, il Padre, con alcuni giovani discepoli che volevano condividere con lui l’ideale monastico nel suo primitivo rigore, salì sul colle toscano armato di piccone, pala e cemento, partecipando anche lui nella fase iniziale alla edificazione di una struttura semplice e sobria, dotata di cellette e di cappella: l’Eremo della Fornace, dedicato alla Santissima Trinità, proprio come il primo Eremo costruito da San Sergio nelle lontane foreste russe circa 600 anni prima. Per mantenere il clima di povertà e austerità, l’Eremo venne dotato solo di stufe a legna: niente luce elettrica, niente elettrodomestici, niente acqua corrente. Don Divo, anche dopo la fine dei lavori di ristrutturazione, venne all’Eremo per qualche tempo, dedicandosi come lavoro all’apicoltura, vivendo di niente, ma centralizzando ogni cosa nella vita liturgica che scandiva il ritmo della giornata. Successivamente, l’Eremo è stato utilizzato, è lo è tuttora, non più come residenza stabile, ma come luogo di ritiro e permanenza temporanea dei fratelli e delle sorelle della vita comune, nonché per incontri e ritiri per gli altri membri della Comunità. È il luogo del silenzio, perché i monaci sono i pellegrini del silenzio.

Adesso, il sogno dei monaci di don Barsotti sarebbe quello di poter tornare stabilmente a Palaia.

MONTEPIANO
Vita contemplativa aperta all’accoglienza
La vita contemplativa aperta ai fratelli, nell’accoglienza e nella condivisione, attraverso la preghiera, il lavoro e l’incontro fraterno: è questo il carisma della «Comunità di Maria Serva del Signore». Dopo un lungo cammino iniziato in Umbria, la Comunità è giunta a Montepiano (Prato), in località La Burraia, tredici anni or sono, il 14 novembre 1994, ed ha ottenuto l’approvazione giuridica da parte della Diocesi di Prato il 29 giugno 2002. «Il nostro stile – spiega suor Gioia Santella, responsabile della Comunità – è la semplicità, facendo riferimento a Maria che ha contemplato il Mistero senza estraniarsi dagli altri, ma vivendo la vita quotidiana insieme ai fratelli».

L’ispiratrice della Comunità fu una monaca di clausura che intuì la necessità di una vita contemplativa aperta all’incontro con tutti; per questo le dieci sorelle della Comunità di Montepiano, pur conducendo una vita di preghiera simile a quella dei monasteri, assicurano accoglienza a chiunque, qualunque sia il suo credo e la sua appartenenza religiosa. Il loro scopo è infatti quello di «aiutare l’uomo di oggi a riscoprire la propria interiorità ed il volto quotidiano di Dio, diventando protagonisti di un’esperienza vera e profonda». Le sorelle della Comunità, oltre ai frequenti momenti di preghiera, si dedicano a tutta una serie di attività artigianali che vanno dal laboratorio di ceramica, a quello della cera, a piccoli lavori di falegnameria.
La casa dispone, per gli ospiti, di una decina di posti che, precisa suor Gioia, «non vengono utilizzati per chi vuole fare una vacanza, ma sono destinati all’accoglienza di coloro che desiderano un periodo di riflessione, per cercare se stessi e Dio, attraverso la condivisione con la vita di Comunità». La struttura, che dispone anche di un ampio parco, è aperta ininterrottamente da dopo Pasqua a metà settembre; d’inverno l’accoglienza è limitata ai fine settimana, mentre nei mesi di gennaio e febbraio è prevista la chiusura completa. Per chi volesse ulteriori informazioni il recapito telefonico è 0574/959973.

Maria Cristina Caputi