Il refettorio domenicale nella Certosa di Serra san Bruno ( 2 Parte )

Nel post precedente (cliccate qui) abbiamo visto come si svolgono i pasti nella cella del monaco certosino; ora vediamo il rito nel refettorio. Perché di un rito si tratta, come leggerete: «Partecipando alla consumazione del pasto domenicale in certosa si ha l’impressione di prendere parte ad una liturgia». Anche noi laici ci possiamo lasciare ispirare da questa vita monastica: siamo capaci di rendere così speciale il pranzo della festa, nelle nostre famiglie? Non parlo del silenzio e della lettura spirituale, ma ci dovrebbe essere anche sulle nostre tavole questa attenzione al rito, la fraternità tra i commensali, il cibo un po’ speciale nel giorno di festa, la carità di aspettarsi l’un l’altro. Leggiamo quanto ci racconta il libro “Certosini a Serra san Bruno. Nel silenzio la comunione” (Fabio Tassone, ed. Certosa 2009).

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«Oggi è festa e abbiamo pranzato insieme in refettorio. Rispetto ai pranzi chiassosi delle nostre feste in famiglia, il clima che si respira è decisamente diverso, ma a me fa molto piacere lo stesso. E’ un’occasione di vita comune molto intensa. Certo, non si chiacchiera tra una portata e l’altra, ma il sorriso del confratello, la condivisione del cibo e della mensa, danno una intima consolazione e rendono piacevole il clima della festa», racconta un monaco.

Il pranzo domenicale e festivo, pur nella sobrietà dei gesti e nel silenzio che lo avvolge, è un momento di intima comunione di tutta la comunità. Alle 11.45 ci si ritrova in chiesa per la celebrazione della sesta e, dopo aver concluso la preghiera con l’Angelus, in processione ci si reca in refettorio. La disposizione è la stessa che nel coro della chiesa e, per sottolineare il legame tra l’agape fraterna e la celebrazione eucaristica, presiede la preghiera lo stesso sacerdote che ha celebrato la messa conventuale.

Al termine della preghiera ognuno si reca al suo posto, mentre un monaco sale su un pulpito dal quale accompagna il pasto dei confratelli con alcune letture, che possono essere di vario tipo. Il pranzo comune può essere l’occasione per portare a conoscenza della comunità un importante documento della Santa Sede o della Chiesa italiana oppure qualche commento su un argomento spirituale apparso sulla stampa. Si è anche soliti proseguire, da una domenica all’altra, la lettura di un libro poco impegnativo che reca giovamento allo spirito e all’anima degli ascoltatori. Così, per esempio, si è letta la biografia di Matteo Ricci, il gesuita del settecento che frequentava la corte dell’imperatore cinese, e quella dei monaci trappisti di Tibhirine, presenza cristiana in mezzo ai musulmani. Ognuno trova al suo posto tutto il necessario per il pranzo, sia da mangiare che da bere, e con calma consuma il proprio pasto ascoltando la lettura. Il pasto delle domeniche è più curato e nelle occasioni più importanti è accompagnato anche da una buona fetta di torta o da un gelato.

Nel rispetto dei tempi di tutti è evidente l’attenzione alla singolarità di ciascuno, che fa più vera la comunione, e quando anche l’ultimo ha finito di consumare il suo pasto, viene dato il segnale per terminare appena possibile la lettura. Il pranzo in refettorio inizia e si conclude di fronte al tabernacolo. Dopo un breve ringraziamento, infatti, i monaci disposti in processione e salmodiando tornano alla chiesa conventuale dove con una orazione si congedano. Partecipando alla consumazione del pasto domenicale in certosa si ha l’impressione di prendere parte ad una liturgia, il clima che si respira è di grande fraternità.

(Fabio Tassone, Certosini a Serra san Bruno. Nel silenzio la comunione, ed. Certosa 2009, pag. 164-169)