La tavola dei certosini di Serra san Bruno ( 1 Parte )

 

La tavola dei monaci: ho già dedicato dello spazio nel mio blog a questo argomento (leggi qui) che è affascinante e ricco di spunti, anche per la vita dei laici e soprattutto delle famiglie. Oggi andiamo a Serra san Bruno, la Certosa fondata da Bruno di Colonia nel lontano 1090. Ci andiamo in senso metaforico, anche perché nel convento vige ancora la più rigida clausura. Come prescrive la regola, la cella del monaco, una casetta a due piani tutta per lui, con un piccolo giardino (potete vedere come sono fatte nell’immagine qui accanto), è il centro della sua vita: in essa prega, lavora e consuma, in totale solitudine, i pasti. Vita impegnativa? Sicuramente, noi laici che siamo nel mondo facciamo fatica a comprendere, ma ci possono aiutare le parole di un monaco: «La cella è un oceano di libertà. E’ quel mare da cui si trae nutrimento e che ti trasporta verso la meta finale

Solo la Domenica i monaci si ritrovano insieme nel  refettorio e compiono poi una breve uscita, detta ”spaziamento”, tra il verde dell’Altopiano o lungo le rive del mare, per ritemprare corpo e psiche perché, come diceva San Bruno, l’arco sempre teso alla fine si spezza.

Tuffiamoci allora nella Certosa di Serra san Bruno per vedere come i monaci vivono ancora oggi i pasti. Per farlo vi invito alla lettura di questo testo, tratto dal libro “Certosini a Serra san Bruno. Nel silenzio la comunione” (Fabio Tassone, ed. Certosa 2009). E’ un volume prezioso, non solo per i testi che descrivono la vita monastica, ma anche grazie alle bellissime fotografie di Fernando Moleres. Le foto che vedrete in questo nel post sono appunto riproduzioni delle foto di quel libro. Oggi leggiamo come si svolgono i pasti nella cella; nel post successivo vedremo il rito nel refettorio.

Certosini a Serra san Bruno

Ora Sesta

Alle 12 in punto suona l’Angelus che richiama i monaci alla preghiera rivolta a Maria. Poi la campana della chiesa suona a distesa e i monaci come in un unico coro cominciano la celebrazione della Sesta de Beata alla quale segue la Sesta del giorno. Mentre i monaci pregano all’oratorio, qualcuno, un monaco converso o un dipendente della Certosa, mette il pranzo nel passavivande che si trova accanto alla porta che affaccia sulla cella del chiostro. Il passavivande ha due sportelli che non dovrebbero mai essere aperti contemporaneamente, proprio per conservare l’intimità e la solitudine della cella.

Il pranzo solitario

Dopo la Sesta il monaco scende al piano inferiore e mette nel suo portapranzo, una cassetta di legno con manico, il pasto che il fratello ha lasciato nello sportello. Lo porta al piano superiore e lo dispone sul refettorio, una sorta di tavolo incastrato nell’antro della finestra con alcuni vani in cui conservare il necessario per consumare il pasto: tovaglioli, posate, acqua, sale, olio aceto e così via a seconda delle necessità. Disposto il pranzo sul tavolo, con vista sul giardino, il monaco recita una breve orazione e consuma il pasto.

Mentre si mangia, per concedere alla mente e al corpo un momento di ricarica e di distensione, non è permesso leggere testi di studio; alcuni certosini leggono testi piacevoli e distensivi o ascoltano delle registrazioni di conferenze spirituali tenute in certosa o audiolibri. Il pranzo è vissuto da alcuni come un vero e proprio momento liturgico. «Io consumo il mio pasto molto lentamente. Mangiare non è solo una necessità fisiologica. Nutrirsi è anche un atto quasi liturgico. E’ il momento consacrato alla cura del corpo che è tempio dello Spirito Santo. Personalmente dedico a questo momento tutto il tempo necessario, gusto il cibo fino in fondo nella piena coscienza che nutrirsi nella gratitudine è un atto eucaristico direttamente collegato al cibo spirituale che si assume nella celebrazione della messa.»

Il cibo è semplice, curato e gustoso, ma mai molto elaborato. Si tratta di un primo, di un secondo con uova o pesce e un contorno di verdure cotte. Le pietanze calde sono accompagnate anche da un piatto di insalata, da un pezzetto di formaggio e infine da un po’ di frutta. Non di rado il pasto si conclude con qualcosa di dolce. Può sembrare un pranzo abbondante, ma per una gran parte dell’anno questo è l’unico pasto della giornata. In certosa non si fa mai colazione e non si cena se non accontentandosi di un pezzetto di pane e magari di una bevanda calda per il periodo che va dal 14 settembre, il giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, fino al giorno di Pasqua, facendo eccezione ovviamente per le domeniche e i giorni di festa. Il cibo è vario ma mai, neppure durante la malattia, è concesso di mangiare carne. E’ una scelta che deriva dall’antica osservanza dei monaci del deserto che vedevano nella carne un cibo nobile e molto energetico, in contrasto con il dovere dell’austerità e della penitenza.

Un giorno a settimana, il venerdì o la vigilia delle solennità, i monaci si accontentano di mangiare pane e di bere acqua.

Per quanto il vitto in certosa possa sembrare molto austero, come del resto quello di tutti i monaci di ogni tradizione, anche non cristiana, la buona salute e la longevità dei certosini dimostrano quanto in generale l’alimentazione non crei sofferenza, e anzi il non preoccuparsi troppo per il cibo prepari il monaco a «seguire più prontamente il Signore» (Statuti, 7,3). Comunque, anche nel caso del pranzo, come del resto in tutte le osservanze certosine, la carità e l’equilibrio sono tenuti sempre al primo posto e, come sottolineano gli statuti, «se in un dato caso o con l’andar del tempo uno si accorgesse che qualcuna delle nostre osservanze superi le sue forze, e che il suo spirito ne sia piuttosto ritardato che animato a seguire Cristo, con cuore filiale fissi col priore una mitigazione adeguata alle sue esigenze» (Statuti 7,3). Dal canto suo, il priore può chiedere a qualcuno di prendere un supplemento di cibo o di sonno.

Riguardo all’ascesi corporale in genere, è bene evidenziare che la pratica dei certosini è lontana da alcuni pregiudizi, alimentati anche da qualche racconto leggendario; prevale, infatti, la moderazione, per quanto concerne sia il cibo che il sonno. Essa è più utile alla purezza del cuore, nonché più salutare per il corpo, e quindi più gradita a Dio, che rigorosi digiuni e veglie sconsiderate. San Bruno l’ha detto con l’immagine classica: «Se l’arco viene costantemente teso diventa più debole e meno adatto al suo compito».